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Cosa voglio di piu', Soldini con passione e dolore

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Cosa voglio di piu', Soldini con passione e doloredi Umberta Telfener

Il capolavoro sulla passione amorosa è senz’altro il film di Francois Truffaut La signora della porta accanto (1981), un film in cui erano evidenziate le occasioni necessarie e non sufficienti che portano a infiammarsi d’amore.

Il film Cosa voglio di più (senza punto interrogativo), di Silvio Soldini (2010) tratta anch’esso di una passione amorosa, con tanto di attrazione fisica, sofferenza, e ineluttabilità. Anna (Alba Rohrwacher) e Domenico (Pierfrancesco Favino), si incontrano per caso, lui cameriere, lei segretaria con possibilità di carriera.

Anna ha un compagno, comprensivo e bonaccione, con cui parla per la prima volta della possibilità di mettere in cantiere un figlio; vanno a Ikea mano nella mano, frequentano gli amici e sembrano pacificamente e poco sessualmente vicini. Domenico ha da poco avuto un secondo figlio e ha una moglie oberata da questo evento e preoccupata delle scarse risorse economiche della famiglia; si dimostrerà pronta a sedurre di nuovo il marito quando si accorgerà della sua fuga.

Due unioni non in crisi anche se certamente non sfolgoranti (la realtà distrae dall’amore), due relazioni che si potrebbero avvantaggiare da un incontro esterno che dia nuova linfa all’interno dei rispettivi rapporti. E’ vero, all’amore non si comanda e può scattare in ogni momento ma perché scatta una passione viscerale tra questi due, e - ancor più - perché rischia di diventare tragedia, se già dall’inizio tutti e due sanno che il partner è occupato da una precedente relazione? Perché questo desiderio di assoluto e di fusione totale? Perché questa ricerca di soluzioni impossibili?

La passione scatta per paura/svago dalla quotidianità domestica, per costante bisogno di novità ed emozioni, per incontro elettivo, scatta perché circa la metà degli italiani tradiscono. Non basta.

Anna sembra aver bisogno di erotizzare la vita (il suo compagno, cucciolone sovrappeso e rassicurante la annoia, anche se non se lo dice), di uscire dalla prevedibilità, Domenico non sa resistere alle avances di lei, desidera essere visto e non sa rinunciare al suo sguardo. Psicologicamente interessante la ‘colpa’ del tradimento che ambedue sentono verso i compagni, agita in maniera diversa, lui più attento al quotidiano con la moglie, lei chiedendo conferme rabbiose al compagno, quasi volesse essere da lui fermata.

Nella mia esperienza di psicologa gli italiani gestiscono i loro tradimenti meglio di quanto facciano Anna e Domenico, che cadono nella drammaticità del gioco con eccessiva intensità. Cosa li tiene uniti oltre ad una buona intesa sessuale? Quali sono i temi che li accomunano e li rendono indispensabili uno all’altro?

Questo il regista non ce lo dice, come se la passione alimentasse se stessa. E ancora, è proprio vero che per mantenersi la passione ha bisogno del dolore, questa connessione è sempre necessaria? Avrei preferito una passione accompagnata da divertimento, gioco, assenza di possesso, ai giorni nostri possibile e altrettanto intensa, più attuale. I giovani hanno perso il concetto di “per sempre” e molti stanno imparando a utilizzare le relazioni, senza caderci dentro in maniera ineluttabile (il rischio diventa poi quello di andarsene troppo spesso).

Truffaut ci descriveva l’impossibilità come molla dell’intensità, qui riscontriamo un’urgenza sessuale che determina il possesso. Se Fanny Ardant nella Signora della porta accanto gioca con l’impossibilità, non si fa scoraggiare e nel rischiare titilla Gerard Depardieu e il suo desiderio, in questo film non c’è gioco né possibilità di salvezza.

Il film mi è sembrato ‘vecchio’ proprio per questa congiunzione tra passione e dolore. L’amore e il desiderio in questo film non aiutano a vivere, non sono cosa da prendersi leggermente. Belle le scene di sesso, non volgari (erotiche?), con un maschio avvolgente che sa costruire un ponte intenso verso la compagna. Bravissimi ambedue gli attori.