Sono andata a vedere Biutiful (2010), film del regista messicano Alejandro Gonzalez Iñàrritu con uno strepitoso Javier Bardem nei panni di Uxbal, uomo corroso dall’ansia che vive di manodopera clandestina, facendo da tramite tra cinesi avidi e senza cuore e africani caparbi e senza legge. Uxbal ha un dono spirituale, quello di vedere i morti e riuscire ad aiutarli a staccarsi dal corpo per iniziare il loro viaggio. Vede, forse cura. Questo dono è però periferico rispetto alla trama del film, lasciato a latere e non approfondito, come anche nella vita del protagonista sembra essere un altro modo - nascosto e sottovalutato - di stare al mondo.
Siamo a Barcellona, alla periferia della periferia dove Uxbal vive con due figli Ana e Matteo, che ama e di cui sente la responsabilità e il peso (si vede nei suoi comportamenti, quando non riesce a trattarli bene e cade nell’essere ruvido e a volte severo). C’è anche una moglie Marambra, con la quale mostra di avere un rapporto conflittuale, fatto di delusioni reciproche e promesse disattese.
I primi tre quarti del film li ho trovati duri ma splendidi, uno spaccato sulla processualità tragica del vivere quando non si hanno mezzi né possibilità. Ad un certo punto il film diventa “troppo” tragico: la polizia si accanisce sui clandestini mentre la madre si accanisce su Matteo, Uxbal peggiora nella sua malattia terminale, la morte incombe sempre più presente, i pochi amici rischiano di tradire…
Troppo. Ci si domanda se sia mancato un buon sceneggiatore che abbia fatto degli inevitabili tagli e abbia deciso su cosa concentrare la trama. La fotografia è invece perfetta, con inquadrature sintesi degli stati d'animo e descrittive di mondi paralleli.
Gli aspetti psicologici in questo film riguardano i personaggi, tutti molto ben delineati: la ricerca di sballo del protagonista, il suo lasciar andare e prendere la vita come viene, il rapporto con un fratello “semplice”, il tentativo di coniugare aspetti spirituali con lo sbarcare il lunario, la necessità di affrontare il tema della responsabilità, danno spessore alla trama, anche se sono solo accennati.
Così i figli e la moglie sono ben tratteggiati: due ragazzini fantastici che, come in tutte le famiglie maltrattanti, tentano di fare il minimo rumore possibile per non scatenare l’imprevedibilità e la ferocia degli adulti, non riuscendoci mai.
Due figli adultizzati, genitori dei loro genitori, saggi, eppure capaci di godersi gli sprazzi di serenità. La mamma è decisamente caratteriale e promiscua, una “skizo-affettiva” dipendente da manuale, ruvida, egocentrica, piena di buone intenzioni e incapace di mantenerle, fin troppo amata e tollerata dagli altri tre.
Intorno a loro personaggi sull’orlo della disperazione ma intenzionati a farcela, perché la vita deve andare avanti a qualunque costo. Questo a me è sembrato il messaggio ottimista del film: l’umano è plastico malgrado tragedie e avversità e la vita più forte e caparbia dei singoli.





