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Amore Buio, il film di Capuano e le strane reazioni

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Valeria Golino in Amore buio di Capuano di Umberta Telfener
Il fatto che un ragazzo finito in prigione per uno stupro di gruppo creda di amare la sua preda è spiegabile: si sente in colpa e per stare un po’ più in pace con se stesso idealizza la ragazza e immagina di amarla; la rende il suo riferimento costante, le scrive lettere raccontandosi e la considera l’elemento più importante della sua vita. Trasforma il disprezzo e il danno in bene ed amore.

La psicologia descrive una possibilità del genere e delinea il meccanismo di idealizzazione di un oggetto esterno che prende il posto della condanna severa circa le proprie azioni. Non a caso Ciro si interroga in carcere sulla differenza tra amore e sesso e sulla necessità di non confonderli.

Che una ragazza dopo uno stupro si ritrovi anoressica, vomiti e non abbia percezione del proprio corpo è altrettanto spiegabile: un evento immenso capitato all’improvviso, una tragedia di abuso e disprezzo accaduta nella propria vita. Reagire negando il proprio corpo (non mangiare, escludere emozioni) è naturale; è anche adattativo che la vita non proceda come prima ma ci sia un momento di sospensione, il tener fuori ogni tipo di emozione oltre che di alimento. Ci sono però altri aspetti psicologici che non si capiscono nel film AMORE BUIO (2010), di Antonio Capuano con Irene De Angelis e Gabriele Agrio.

Che Irene, ricevendo le lettere di Ciro e tenendole nascoste in camera sua, decida poi di leggerle e si incuriosisca di uno dei componenti della banda è spiegabile: anche il male ci incuriosisce e cercare di capire Ciro vuol dire tentare di comprendere quello che è stato fatto a lei, il perché di un gesto così violento. Non si giustifica invece perché inizi anche a migliorare il suo umore, a diventare più reattiva, ad interessarsi al mondo al punto di farsi invitare a casa di conoscenti indiani che (presumiamo) vivano nello stesso quartiere del ragazzo. Irene comincia a scrivere a Ciro, ma non può essersi innamorata di lui, né è plausibile che lo abbia idealizzato.

Forse comprendere che questo ragazzo è una “brava persona” le permette di non sentirsi più così sporca, stato d’animo che le persone abusate riportano molto frequentemente. Forse scopre un individuo molto simile a se stessa e si sente vista e tenuta in considerazione, lei che vive in una famiglia in cui la negazione sembra dominare (la madre fa finta di niente, la sorella ignora il suo malessere, padre e madre sono distanti ma danno a intendere che tutto vada bene).

Nella sinossi si dice che Ciro l’indomani ha denunciato lo stupro, ma noi spettatori come facciamo a saperlo? O mi sono addormentata durante il momento dell’accusa (e sarebbe la prima volta in vita mia che mi addormento al cinema) oppure non possiamo nemmeno immaginare che lui si sia dissociato dai compagni e abbia denunciato lo stupro, perché non viene né mostrato nelle immagini e neppure Ciro ne parla con la psicologa poco incisiva che incontra in carcere (Valeria Golino, brava come al solito).

Il fatto che questa giovane donna rimanga poi con un fidanzato rigido e razionale mostra quanto questo stupro non è stato elaborato (malgrado la psicologa di lei, forse più sorridente che competente) e come Irene si adatti ad una piccola vita senza emozioni e si faccia gestire da un compagno che come il padre non vede e non vuole sapere.

Un'unica scena colpisce al cuore: un rap che Ciro canta durante una festa in carcere in cui domanda al pubblico e a noi perché in carcere ci siano palestre, tv, laboratori espressivi, corsi, possibilità quando fuori nel mondo di tutti i giorni tutte queste opportunità mancano del tutto, ancora di più nella Napoli che ci viene proposta da Capuano.