Oggi l’Aifa ha dato mandato al Direttore Generale Guido Rasi per la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, che avverrà entro il 19 novembre, dell’autorizzazione alla commercializzazione della Mifegyne.Con la sua decisione, l’Aifa mette fine alle pressioni provenienti dal Vaticano e da molti esponenti politici del centrodestra. Ora non sarà più possibile tornare indietro e la pubblicazione "pone finalmente fine al possibile utilizzo improprio del farmaco e sgombra il campo da qualsiasi possibile interpretazione di banalizzazione dell'aborto e dal suo impiego come metodo contraccettivo".
L’Aifa, ossia l’organo tecnico, conclude il suo iter e l’indagine conoscitiva sulla Ru486 avviata dal Senato non potrà opporsi. Per il corretto utilizzo del farmaco ora la palla è allo Stato e alle Regioni, che disporranno come previsto dagli articoli 8 e 15 della legge 194.
E’ probabile che la querelle sulla pillola abortiva continui ora sulla questione che il sottosegretario Roccella definisce “aborto a domicilio”. Già nel 2004 e nel 2005 il Consiglio Superiore di Sanità, in merito alla Ru486, aveva emesso il parere di trattenere la donna in ospedale fino “ad aborto avvenuto”.
Rafforzata dai due pronunciamenti, è quindi possibile che Roccella si arrocchi sulle stesse posizioni, portando così avanti la sua battaglia contro la Ru486. “Deve essere garantito il ricovero in una struttura sanitaria, così come previsto dall'art. 8 della Legge n. 194, dal momento dell'assunzione del farmaco sino alla certezza dell'avvenuta interruzione della gravidanza, quindi in regime di ricovero ordinario", sostiene il sottosegretario.
L’articolo 8 della legge 194 prevede che l’interruzione di gravidanza possa essere eseguita, oltre che negli ospedali, anche presso “presso poliambulatori pubblici adeguatamente attrezzati, funzionalmente collegati agli ospedali ed autorizzati dalla regione”. Il sistema chirurgico, attualmente utilizzato negli aborti, viene eseguito in regime di day hospital, l’unico ammesso al rimborso regionale. Non è quindi previsto il ricovero in caso d’interruzione volontaria della gravidanza.
La letteratura medica, che fa riferimento al lungo e vasto utilizzo della Ru486, non fornisce indicazioni restrittive in merito al necessario ricovero della donna. Nella maggioranza dei paesi che ne fanno uso, la donna viene “dimessa” dopo l’assunzione della Ru486 e ricorre all’assistenza della struttura sanitaria in caso di inconvenienti e per i successivi controlli.
Se la linea restrittiva di Roccella dovesse passare, la donna “dovrebbe” attendere l’espulsione del feto in ospedale, evento che avviene normalmente entro i tre giorni dall’assunzione del farmaco, ma che può protrarsi fino a 15 giorni.
In tal caso, nasce la perplessità sul fatto che nessun paziente più essere trattenuto obbligatoriamente da una struttura ospedaliera. E sufficiente, infatti, che il ricoverato firmi le dimissioni volontarie. La donna come potrà essere obbligata ad attendere in ospedale l’espulsione del feto? Ci troveremo di fronte ad un’altra anomalia tutta italiana?
La discussa Legge 40, stravolta poi dalle sentenze della Corte Costituzionale, prevedeva che una volta fecondato l’ovulo la donna non potesse più opporsi all’impianto. La legge non ammetteva alcun ripensamento. In molti si chiesero con quali strumenti il legislatore avrebbe, di fatto, costretto la donna a sottostare a quell’obbligo.
Con la Ru486 potremmo porci la stessa domanda. Se l’indicazione sarà quella di trattenere la donna fino ad “aborto compiuto”, come le si potrà impedire di non uscire non appena assunta la pillola?
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