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Web e sicurezza, Fini: no a nuove norme

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Web e sicurezza, Fini: no a nuove normedi Mauro David

Filtrare o controllare internet è materia delicatissima. E’ una patata bollente quella che ora ha in mano il ministro dell’Interno Roberto Marroni. Già lo stesso Pier Ferdinando Casini ieri lo ha messo in guardia durante il suo discorso alla Camera. Anche il quotidiano dei vescovi, l’Avvenire , esprime contrarietà alla censura della Rete. Gianfranco Fini dice no a nuove norme sulla sicurezza.

Il presidente della Camera Fianfranco Fini oggi è stato chiaro. Salutando la stampa ha spiegato il suo punto di vista ai giornalisti in merito alle iniziative annunciate dal ministro Marroni, atte a limitare il fenomeno della violenza sul Web. “Non vedo la necessità di norme aggiuntive – ha detto Fini - ma della corretta applicazione delle norme esistenti".

Maroni va avanti per la sua strada e le ipotesi non sono moltissime. Quella che il Governo può varare è una norma che con una serie di filtri renda difficile, se non impossibile, la navigazione dei siti ritenuti violenti. L’altra possibilità sta nel conferire alla Polizia postale l’autorizzazione alla chiusura dei siti che incitano alla violenza, senza ricorrere all’ordinanza di un giudice.

Certo, a due giorni di distanza dall’aggressione a Silvio Berlusconi, nonostante il richiamo al dialogo formulato dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il clima politico non è dei migliori per discutere sull’imbrigliamento della Rete.

Il problema maggiore sta nello stabilire quando un sito, un blog o un gruppo di Facebook è da ritenersi violento. Facciamo qualche esempio per far comprendere la delicatezza della questione.

Un gruppo o un sito che nasce con il tema di “uccidere, liquidare o gambizzare questo e quello”, non c’è dubbio che inneggi alla violenza e che vada quindi oscurato (al pari dei siti pedofili).  Ma un sito che muova critica dura, aspra e senza sconti contro un governo, un partito e un uomo politico come va interpretato?

Domanda legittima dopo l’intervento pronunciato ieri alla Camera da Fabrizio Cicchitto. Il capogruppo del Pdl ha infatti parlato di “campagna d'odio fomentata dal gruppo Espresso-Repubblica”. Il quotidiano il Fatto non sfugge allo stesso giudizio, insieme a giornalisti come Santoro e Travaglio. Anche su Antonio Di Pietro è scesa la scure colpevolista di Cecchitto. Il leader dell’Italia dei Valori porterebbe, secondo l’esponente del Pdl,  la responsabilità di aver “evocato la violenza” soprattutto negli ultimi giorni.

Insomma, per Cecchitto "la mano di chi ha aggredito Berlusconi è stata armata da una spietata campagna di odio”, quindi dalle testate giornalistiche, il partito e i giornalisti appena citati.

La domanda è pertanto la seguente: come si comporterebbe il censore ispirato dai criteri utilizzati ieri da Cecchitto per definire violenza e campagna d'odio una critica lettima, puntuale e dura? Oscurerebbe il sito di un partito politico e quelli della stampa online?

Insomma, una cosa è disapprovare o contestare o manifestare contro l'operato di un premier, un'altra cosa è aggredirlo fisicamente. Questo dovrebbe essere chiaro a tutti, perchè nel mezzo c'è la democrazia e la libertà di espressione.

Censurare il Web, mette i bividi solo pensarlo. Già solo a parlarne ci avvicina al rischio di finire tra paesi come Cuba, Cina, Corea del Nord, Iran, Libia, Siria.
 

Per maggiore informazione, ecco i Paesi che filtrano in modo aperto

(Fonte ONI OpenNet Initiative)

Azerbaijan

Bahrain

Cina

Etiopia

India

Iran

Giordania

Libia

Marocco

Myanmar

Oman

Pakistan

Arabia S.

Singapore

Corea del sud

Siria

Tagikistan

Tailandia

Tunisia

Emirati Arabi

Uzbekistan

Vietnam

Yemen

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