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Il lavoratore virtuale



lavoro precario

Di virtuale c'è quasi tutto, altrimenti non si parlerebbe tanto di "realtà" virtuale. Ci sono anche le persone virtuali che però esistono soltanto nel mondo piatto di uno schermo. In certi film al computer e nei videogiochi, ad esempio.

Sono tuttavia solo immagini, come già ce ne erano nei graffiti della preistoria. Oggi c'è però un fatto nuovo: la moderna antropologia sociale ha creato le persone virtuali in carne e ossa. Lo ha fatto dando vita al "lavoratore virtuale."

E' una strana figura che per certi versi ricorda il "Cavaliere inesistente." Anche lui, come il personaggio di Calvino, guerriero dall'armatura vuota, combatte la sua battaglia soltanto con l'arma della volontà. All'inizio, lui (ma ovviamente potremmo dire lei) non immagina che la sua condizione di lavoratore (o di lavoratrice) sarà soltanto virtuale. Quando studia o, comunque, si prepara a svolgere un'attività imparando come si fa, pensa che, come tutti i suoi simili, quell'attività la svolgerà nel mondo reale.

Poi succede qualcosa. Conclusi gli studi o in altri modi completata la sua preparazione al lavoro, gli (o le) viene prospettata la possibilità - in effetti, la necessità - di aspettare ancora un po', di arricchire ulteriormente le sue conoscenze. E lì, giù a raffica con i corsi di specializzazione, con la formazione, il praticantato, i master, gli stage, i dottorati e via approfondendo.

Passata questa pressoché inutile fase di iniziazione, lui (o lei), ormai sulla soglia dei trent'anni si guarda intorno ma di lavoro non scorge neanche una traccia. In mancanza di meglio, la sera va a servire ai tavoli di un bar o di un ristorante e, a volte, si dedica al volontariato, un mondo "virtuoso" che rende niente ma almeno è migliore di quello virtuale. In realtà lui (o lei) è ancora per quasi tutto a carico dei genitori.
Il tempo passa e, effettivamente, qualcosa che sembra avere le parvenze del lavoro arriva. Per poco, ma arriva. Un periodo a quattrocento euro mensili e un altro periodo a casa, un altro periodo di lavoro interinale (una volta si chiamava caporalato ma oggi non è il caso di fare tanto gli schizzinosi), qualche supplenza se si ha la strana pretesa di sapere cose che potrebbero essere utilmente insegnate agli altri, un rapido passaggio nella zona bassa delle "tutele crescenti" (la zona, tanto per capirsi, in cui le tutele non ci sono.) Così, fino alla soglia dei quarant'anni.

Lui (o lei) a questo punto mette su casa avendo fortunosamente schivato una crisi di identità nella convinzione (o illusione?) che anche lui (o lei) abbia fatto ingresso nel mondo "normale," un piede dentro e uno fuori, occupando poco più di uno strapuntino, ma comunque dentro.

Per buttarla sull'ottimismo si può dire che lui e lei sono i parenti poveri dei free lance, per buttarla sul pessimismo sono dei precari, per buttarla sul realismo sono dei disoccupati.

Comincia a questo punto una complessa attività volta incastrare sapientemente fra loro i periodi di lavoro e di disoccupazione di lui e di lei con l'obiettivo di disporre complessivamente di un'entrata non troppo distante dai mille euro. Sono tranquilli, dire felici sarebbe un'esagerazione. Paradossalmente, quando sentono parlare di reddito di cittadinanza, invece di gioire, si sentono a disagio. Se avessero perso il lavoro - un lavoro vero, serio, quei soldi dati loro a fronte di niente potrebbero essere il legittimo frutto della loro appartenenza a una comunità che anch'essi, lavorando, hanno contribuito a costruire e a tenere in piedi. Non avendo mai veramente lavorato, quel reddito di cittadinanza assumerebbe il sapore amaro di un tozzo di pane concesso in elemosina a un parassita. Forse hanno capito che non è stato loro consentito di essere dei veri cittadini.

Tutto sommato, le cose procedono anche se con alti e bassi. Un po' strani a volte lo sono. Se qualcuno domanda "che lavoro fai?" loro sgranano gli occhi, cominciano un farfuglio infarcito di "ecco, vedi," di "ti spiego," di "in un certo senso." Ma sono solo momenti. Una volta è però accaduto che hanno sentito in televisione un presidente del consiglio che, dall'alto della sua sobria supponenza, pontificava su quanto fosse "noioso" il posto fisso. Lì si sono incazzati, e anche di brutto.


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