Screening universali per identificare problemi alla tiroide non riducono l'incidenza di complicanze in donne in gravidanza, rispetto a indagini riservate a casi clinici particolari. Si tratta delle conclusioni di uno studio pubblicato su Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism e coordinato da Roberto Negro dell'Ospedale V. Fazzi di Lecce che ha voluto chiarire la controversia relativa alla necessità di sottoporre tutte le donne incinte a valutazioni di disfunzioni tiroidee.
L'indagine ha riguardato oltre 4.500 donne al primo trimestre di gravidanza che sono state randomizzate a diagnosi in casi specifici oppure a screening generale. I livelli di T4 libero, Tsh (thyroid-stimulating hormone) e anticorpi anti-perossidasi tiroidea sono stati misurati, immediatamente, per tutte le donne sottoposte ad approccio universale e per quelle a elevato rischio del metodo "case finding".
Per le gravide a basso rischio sottoposte a quest'ultima metodologia sono, invece, stati eseguiti esami immunologici dopo il parto. In breve, con i due tipi di approccio è stata registrata la stessa incidenza di eventi ostetrici e neonatali avversi.
Minori complicanze si sono verificate nelle donne a basso rischio sottoposte a screening generale rispetto alla stessa categoria del "case finding". Infine, il trattamento con levotiroxina di casi di ipertiroidismo e ipotiroidismo, identificati tra le donne a basso rischio, ha determinato una diminuzione di outcome clinici avversi. (L.A.)
J Clin Endocrinol Metab. 2010 Feb 3
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