La due giorni di Michel Odent a Romadi Monica Soldano
Michel Odent, medico e ricercatore francese, è a Roma da due giorni per presentare il suo libro Il cesareo. Noto per aver dato evidenza scientifica ai bisogni della donna e del bambino nella età primale, ossia nella fase che va dal concepimento alla nascita, nella mattinata di ieri si è confrontato con i ginecologi dell’ospedale San Camillo.
Uno dei 54 punti nascita della Regione Lazio, che con i suoi 3400 parti l’anno si colloca nella media, a Roma, per il numero dei parti cesarei, tra il 60% del Policlinico Umberto I ed il 40% del Policlinico Gemelli.
Dati, che farebbero rabbrividire solo la Germania, l’Olanda e la Francia, che non superano il 20%, ma che sono molto vicini al Brasile in vetta con l’ 80% e che presto saranno seguiti dalla Cina e dall’India. Il mondo, ce lo dice l’OMS, sta scegliendo questa modalità, come scelta elettiva, non più come emergenza e risposta ad un parto podalico difficile o impossibile, come era negli anni ’60.
Una vera e propria industrializzazione del parto, che ha a che fare con l’organizzazione della società, la cultura, la velocità come valore, con gli ospedali che la subiscono. Alimentata dall’idea dell’efficienza e dal progresso, che ha quasi azzerato il rischio clinico e chirurgico di un taglio cesareo. Tuttavia, ancora ci attendono i conti con le generazioni future. Questo il monito di Michel Odent nella sua intensa due giorni romana.
Michel Odent, chiede che le statistiche sul parto siano modificate e aggiornate al ventunesimo secolo, perchè si aggiunga tra le modalità, l’ossitocina artificiale, oggi responsabile di un numero elevatissimo di parti e che, avverte, potrebbe innescare dinamiche importanti per il bambino.
Odent, cita un importante studio americano del 1996, che aveva descritto come l’ossitocina artificile, durante il travaglio vada dritta al cervello del feto senza essere metabolizzata dal fegato. “Quando le dosi di ossitocina sono troppo elevate i recettori del cervello si desensibilizzano e questo potrebbe avere a che fare con il potenziale di aggressività, la capacità di amare e di comunicare”. Le questioni etiche sono dietro la porta ed Odent si interroga se oggi tutto questo ci basta o se vogliamo altro, se vogliamo conoscere il futuro.
Michel Odent ce lo ricorda anche nel pomeriggio di ieri, ospite di Vita di donna, alla Casa Internazionale, per presentare il suo libro Il cesareo, (tradotto in Italia da alcune donne capitanate da Marina Toschi e Nora Frontali per Blu edizioni): “Il modo con cui si nasce ha effetto a lungo termine”.
Dopo decine di anni di studio, Odent, ha scoperto che occorre modificare pregiudizi e credenze millenarie per riscoprire la semplicità della verità: i bisogni primari di una donna che partorisce e del neonato. Nel parto, la donna ha bisogno di restare sola, con accanto un’altra figura di fiducia, magari l’ostetrica, che la protegga, come un tempo una donna, forse la madre, proteggeva la partoriente dalle belve feroci, nella foresta.
Una figura capace di aspettare, non di lavorare, ma di restare in silenzio. “Ripetere ogni istante a quanti centimetri di dilatazione siamo, non aiuta gli ormoni della nascita, l’ossitocina, sottolinea Odent con ironia”.
Una donna capace di restare in silenzio, in un ambiente con poca luce, con poche persone. Il nemico principe del parto è l’adrenalina, l’ormone della paura, l’amico è l’ossitocina naturale. Inoltre, aggiunge Odent, l’adrenalina è contagiosa. “Più persone abbiamo intorno, più gente guarda o fotografa la donna, più il rischio che si attivi l’ormone della paura è grande”. E da lì la corsa in sala operatoria per il taglio cesareo, di certo più rassicurante per tutti. Anche per la donna? Questo il vero dilemma. Il 68% delle donne intervistate, in diversi paesi del mondo, in un recente studio, dichiarano di non volere il parto chirurgico con cesareo, ma i ginecologi spesso dicono che sono loro a chiederlo. La verità probabilmente è nella attivazione della paura, l’ adrenalina.
Michel Odent non si illude, ma è determinato: occorre fare ancora molti studi transgenerazionali sulle esperienze precoci, per verificare la “modulazione epigenetica”, un parolone che ha a che fare con le modalità con cui i geni del neonato si attivano o restano silenti, come nell’autismo, ad esempio. La conoscenza ad oggi non è poca, basta dare un’ occhiata alla banca dati di Michel Odent, accessibile sul web, per averne una idea, ma da questa alla presa di coscienza, il passo non è breve. Parola di Michel Odent.
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