di Lisa CanitanoSi chiama Gabriela, o Mariana. O Camelia, Marinescu, Dobrescu, o un altro dei cognomi rumeni che abbiamo imparato a conoscere. Ora non me lo ricordo. Ha più di quarant’anni, un corpo segnato dalla fatica e dai carboidrati.
Niente sushi per la Signora romena, certo. Pasta, pane, e grassi. Cibo da poveri. Quando sale sul lettino è goffa, impacciata, niente palestra per lei. “E’ in regola con l’assistenza sanitaria?” le chiedo. Sono sicura di averle dato del lei? non posso giurarlo, a mia scusante c’è il fatto che spesso diamo del tu alle donne italiane e ne riceviamo in cambio lo stesso tu che i professori ricevono dai ragazzi. Profio, loro, Dottoré , noi.
Due appellativi diversi, ma il verbo che segue l’invocazione è lo stesso, senti, ascoltami, che sta per dammi qualcosa. Fammi capire quello che non capisco, aiutami ad avere di più, a guarire, a realizzare i miei desideri.
E noi che spesso non possiamo, ci rifugiamo nel tu, che ci permette di dire “nun te posso fa’ niente”, sperando che accorciare la distanza basti a capirsi meglio, a meglio esprimere un rifiuto che dovrebbe avere l’aspetto neutro della realtà e che invece prende la faccia del medico.
Ma Delia, o Marina, non è in regola con l’assistenza. “Quanti anni sono che stai in Italia?”
“Otto ani dottoresa”
“E non hai ancora un lavoro in regola?”
“Sì, sì, signora, certo che ho lavoro in regola”.
“E allora come mai non hai l’assistenza se sei in regola con i contributi?”
“Ah, signora, io non ho la residenza, e per questo non mi danno tessera sanitaria”.
Mi si scalda il sangue. Vuol dire che questa donna, che lavora tutto il giorno chinata in due, pulendo, o assistendo un anziano, spesso a meno di cinque euro l’ora, e che contribuisce a pagare le pensioni di questo paese pagando i contributi, non ha trovato in otto anni un italiano che le intesti un contratto d’affitto, perché così evade le tasse.. Ne vogliamo parlare?
Mentre la visito cambio argomento, “Hai figli? dove sono?” il tu, ora non lo trattengo, sbaglio di sicuro, lei non riesce ovviamente a ricambiarlo.
“Una figlia sola, dotoressa, ha venti anni, ha vinto concorso per Accademia di polizia”.
“Sei contenta, allora”
“Oh, mio più grande sogno è realizzato io sono molto molto molto felice”
E così, a Elena, o Lorena, non importa nulla dell’assistenza sanitaria, del contratto di affitto, degli italiani che la sfruttano senza rimorso. La figlia entrata all’Accademia di Polizia le fa brillare gli occhi. Sarà dunque una nostra poliziotta, la ragazza, aiuterà questo paese a difendere la legalità, magari rischierà la vita a fianco dei nostri combattendo la mafia.
Magari troverà il modo di far fare un contratto d’affitto a sua madre, che lavora in chiaro ma abita in nero. Mi sembra meraviglioso il viaggio di questa donna. Quando esce sono ancora colpita dalla sua gioia.
A proposito. Non è più vero che serve la residenza per avere il tesserino sanitario, basta essere in regola con il contratto di lavoro, il nostro capo dipartimento ha fatto una circolare, bisognerà che telefoni a Marinela e la aiuti ad andare nell’ufficio giusto, dove lo sanno e le faranno la tessera da europea. Cittadina, finalmente, a tutti gli effetti.
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