"Non è la categoria in sé dover essere discriminata, quanto invece i comportamenti. Si giustifichi come un omosessuale monogamo che vive con un compagno da una vita, controllato e sano, debba essere escluso dalle donazioni a differenza di un eterosessuale che invece ha rapporti promiscui", dice Luca Trentini dell'Arcigay.L'Arcigay reagisce così alle polemiche suscitate da quanto accaduto all'ospedale Gaetano Pini di Milano. Un giovane omosessuale a cui è stato rifiutato di donare il sangue in quanto soggetto a rischio.
Un caso diventato in pochi giorni il motivo di scontro. Da qui la richiesta del ministro della Salute, Ferruccio Fazio, al Consiglio Superiore di Sanità per chiarire, in relazione alle leggi nazionali ed europee, quali comportamenti a rischio possono determinare l'esclusione dalla donazione.
In realtà, nei vademecum pubblicati on line non c'è un riferimento preciso all'omosessualità, eppure la maggior parte delle strutture sanitarie, in Italia e nel mondo, ad eccezione della Spagna, per tutelare i pazienti dalle malattie infettive hanno scelto di escludere gli omosessuali.
A dirlo è l'ex ministro della Sanità, Girolamo Sirchia, ma non solo. "Normalmente l'omosessuale difficilmente viene a donare perché sa che c'è una forma di esclusione", dice a Sky Tg24 Filomena Biazzo, responsabile del Centro Trasfusionale dell'Ospedale Garibaldi di Catania.
Ma il punto è un altro, manca una legge chiara. "La legge dovrebbe chiarire - dice la Biazzo - che l'omosessuale che ha rapporti solo con il proprio partner e che dichiara di non avere rapporti a rischio, può donare".
In realtà è la stessa dichiarazione che all'atto della donazione si chiede ad un eterosessuale. Se una persona non intrattiene rapporti sessuali a rischio di contagio, può donare. La discriminate sta nel comportamento e non nelle preferenze sessuali. Perché un gay dovrebbe essere meno affidabile di un etero in ciò che dichiara?
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