Circa una settimana fa Vita di donna si era interessata sui viaggi della speranza di migliaia e migliaia di clandestini e dei loro precari mezzi di trasporto al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica su questo tema, per il quale da anni le politiche internazionali non riescono a trovare una soluzione ed avevamo concluso l’articolo con una domanda: ma sono tutti clandestini da ributtare a mare?
Con l’evento concluso alle ore 18 del 26 ottobre 2009 presso il porto di Pozzallo (Rg) siamo senz’altro sicuri che esiste questa terribile possibilità.
Per sei giorni un barcone lungo appena 17 metri con a bordo 297 persone (di cui 29 bambini e 46 donne) ha navigato nel mezzo del Canale di Sicilia con un mare forza sei e solo dopo essere entrati nelle acque territoriali italiane il comandante della petroliera Antignano ha potuto fornire assistenza al peschereccio per le difficili condizioni meteo.
Ma per quanto tempo dobbiamo rimanere inermi davanti a questi eventi disastrosi, sperando che non accada il peggio. Questa volta è costata la vita ad un ragazzo di 25 anni somalo e dobbiamo gridare oggi le nostre ragioni umanitarie perché altri clandestini non mettano a rischio la propria vita nel Canale di Sicilia e piangere domani centinaia e centinaia di cadaveri.
I clandestini sono stati in parte ricoverati negli ospedali di Modica, Scicli e Ragusa per uno stato di disidratazione e per capire meglio i pericoli che hanno corso in mare seguiamo il peschereccio che sarà posto sotto sequestro nel porto di Pozzallo (divenuto il cimitero delle vecchie carrette di mare) con un numero ed una data, sperando che sia l’ultimo parcheggio.
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Forse la soluzione del problema è nella risposta a questa domanda.
Zenga Pasquale
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