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Cina: “Socialismo è grande”, l'esperienza del lavoro in fabbrica negli anni ‘80

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Lijia Zhang di Elis Helena Viettone

Lijia Zhang aveva 16 anni quando nel 1980 sua madre le lasciò amorevolmente il suo posto di operaia in una fabbrica statale di missili atomici a Nanchino.

La giovane si sentiva come “una rana in un pozzo”, estranea all’ordine che la circondava, la vita proletaria nei complessi urbani che sorgevano intorno all’immensa fabbrica, il serrato controllo di tutti gli aspetti umani, in un futuro già pianificato ma non da lei.

Il suo sogno era sempre stato quello di fare la giornalista. Lo realizzò studiando con caparbietà l’inglese, «Quello che ho imparato non è stato solo ABC, ma la cultura e i valori occidentali. Mentre lavoravo nella fabbrica, traducevo documentari inglesi per la TV e testi. Le pareti del pozzo si stavano abbassando: ero riuscita a uscire dal baratro della vita di fabbrica» spiega Lijia, in Italia la scorsa settimana e ora a Parigi, per presentare le sue “momoire”, pubblicate in Italia da Cooper, 461 pag., 18 euro.

«Il fine più profondo che do al mio lavoro è quello di creare un ponte tra due culture molto diverse, quella occidentale e quella cinese» ha raccontato a Vita di Donna la scrittrice, «Perché spesso la percezione che i paesi occidentali hanno di noi è incompleta. Con questo non sto giustificando il mio governo per tutte le violazioni che commette. Ma ritengo che per valutare la nostra società non ci si può dimenticare quale è la povertà che la Cina si lascia alle spalle».

Dagli anni ’80 molte cose sono cambiate: la privatizzazione di buona parte delle industrie cinesi ha comportato da una parte una crescita serratissima dell’economia, dall’altra un cambiamento di mentalità nella gente.

«La società cinese di oggi è molto più tollerante e più libertà è concessa. Insieme a questo miglioramento abbiamo perso, però, un po’ della nostra identità. Se ripenso agli anni passati in fabbrica mi manca quel senso di speranza e di curiosità che ci invadeva: parlavamo di politica, leggevamo molto. I ragazzi di oggi non leggono più, non ci si interroga più sul futuro e il valore assoluto è quello del denaro».

Nelle sue memorie l'autrice rappresenta il suo contesto con humor e ironia, focalizzandosi su storie umane che riflettano i cambiamenti che attraversano il paese e su come le persone lottino per migliorare le loro vite.

Lijia Zhang vive e lavora a Pechino con le sue due figlie, scrive per le più importanti riviste internazionali tra cui “South China Morning Post”, “Far Eastern Economic Review”, “Japan Times”, “The Independent”, “Washington Times” e “Newsweek”. Nel 1999 ha scritto con il suo ex-marito “China Remembers”, una rassegna della Cina contemporanea, edito dalla Oxford University Press.



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