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Brunetta: a 18 anni fuori di casa, ci vuole una legge

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Brunetta: a 18 anni fuori di casa, ci vuole una legge di Tiziana Arnone
"Obbligherei per legge i figli ad uscire di casa a 18 anni", parola di Brunetta.
Sabato scorso avevamo riportato dei fatti di Bergamo: una studentessa di 32 anni, ancora in dirittura d'arrivo per la conclusione del suo percorso universitario, si rivolge al tribunale perche' richiami il padre, separato dalla madre, all'ordine.

Torni, cioe', a corrispondergli il suo assegno di 350 euro per il suo mantenimento sino a che non si sara' resa autosufficiente.

Adesso ci troviamo a Roma. C'e' la richiesta di un padre, di 70 anni, separato, di sospendere il pagamento del suo contributo di mantenimento al figlio, 36enne, che vuole diventare musicista e che, nell'attesa, naviga a vista nel mare degli squattrinati. Il tribunale ha fissato l'udenzia per il 26 gennaio.

Se non ci saranno dilazioni, ritardi, scomparse di atti o fax non ricevuti, forse si esprimera' in merito. Siamo sempre a Roma. Per radio. Radio Rtl. Consueta esternazione del ministro per la funzione pubblica Renato Brunetta. Ammissione sconvolgente: sino ai trent'anni d'eta' non era in grado di rifarsi il letto. Ci pensava mamma'. Ammissione di vergogna, lavata con la decisione di andare a vivere da solo.

Lapidaria la sentenza del ministro, in conclusione del suo racconto: la generazione di bamboccioni, cui anche lui e' appartenuto, e' vittima “di un sistema e organizzazione sociale di cui devono fare il 'mea culpa' i genitori. Ho condiviso Padoa-Schioppa quando ha stigmatizzato questa figura che mancava pero' di analisi: i bamboccioni ci sono perche' si danno garanzie solo a padri, perche' le universita' funzionano in un certo modo, perche' i genitori si tengono i privilegi e scaricano i rischi sui figli.

La colpa insomma e' dei padri che hanno costruito questa societa" La societa' e' qualcuno che incontri per strada, dicendo, salve, sono la societa'. I genitori diventano sempre il capro espiatorio delle inettiduini dei figli. Certo quella mamma o quel papa' che continuano a rifare il letto, a chiedere se c'e' bisogno di calzini o mutande, sono condannabili. Ma fino ad un certo punto. Assecondano un istinto, quello che vorrebbe i figli sempre cuccioli. Cosi' non vanno via. Cosi' continuano ad avere un ruolo illuminante e decisivo nelle loro vite.

Le dinamiche familiari, in termini di rapporti padre- figli o madri-figli, sono cosi' intimamente private o comunque necessitano di essere sperimentate, prima di potere dire. Prima di potere esprimere un giudizio univoco. Soprattutto se si pone mente alla proposta del ministro, rendere obligatorio lasciare il nido alla maggiore eta'. Per andare dove? A ramengo? Perche' esiste per caso uno stato sociale che sostenga, laddove la famiglia non deve piu' arrivare? Perche' esiste un tessuto lavorativo che non sia rigettante nei riguardi dei giovani? Quanti Prof. Celli esistono in Italia che possono dissuadere i figli dal rimanervi?

E infine, puo' la potesta' legislativa dello stato essere cosi' pervasiva? O non e' forse il tentativo di risolvere un problema affidandolo, solo, ad una statuizione divisa in articoli? Ma il ministro cosa faceva quando mamma gli rifaceva il letto?

Che la generazione dei bamboccioni esista, che di figli che profittano perche' hanno paura di crescere c'e' ne sono tanti. E' un fatto. Che i genitori possano inconsapevolemte coltivare questa attitudine e' un'evidenza. Ma i casi di Bergamo, Roma e di Brunetta, segnano un fallimento. Da entrambe le parti. Della famiglia. Alla quale non puo', di certo, sostituirsi lo stato. Ma forse siamo a Sparta e non me ne sono accorta.

IN ARGOMENTO:

Il padre condannato a mantenere la figlia “bambocciona”



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