di Stefano Maria Palmitessa e Francesca BarrecaTeatro Eliseo, OTELLO di William Shakespeare Regia di Arturo Cirillo
UNO SCANDALO VENEZIANO
Avere una fiducia troppo scarsa in se stessi e scambiare gli amici per rivali è male, per via delle contromisure violente che ne possono scaturire.
Questa potrebbe essere l’ammonizione del grande drammaturgo così nell’avvincente traduzione di Patrizia Cavalli, che attualizza la tragedia di Shakespeare con un linguaggio ricco e sintetico, rendendo i versi fluidi per aperture a pensieri e a intonazioni.
Punto di forza della tragedia la parola, appunto.
Parole con cui l’alfiere distrugge il suo signore, parole con cui il Moro conquista il cuore di Desdemona e l’ammirazione dei suoi sottoposti. Il plot deriva da una raccolta di storie brevi dello scrittore italiano Cinthio.
Immarcescibile la straordinaria interpretazione di Orson Welles (Otello) e Suzanne Cloutier (Desdemona) nella pellicola del 1952.
Dopo un inizio da “Commedia dell’Arte” in cui il vecchio Brabantio è Pulcinella, il Doge, Pantalone e Roderigo e Iago sono avvolti da un domino, lo spettacolo prosegue diversamente.
Per due ore senza intervallo Arturo Cirillo dirige in maniera intelligente e fornisce un’ottima prova di attore, riservandosi il ruolo del perfido Iago che uno dei più importanti critici shakespeariani, il poeta romantico Coleridge, descrive come un’ esemplare personificazione di malignità senza motivo.
Loquacità irresistibile, gestualità ridotta a pochi movimenti, caratterizzano la sua interpretazione esaltando la natura del perfetto manipolatore, dell’affabulatore carismatico, del tessitore d’inganni, dell’insinuatore di dubbi.
Parole che assumono un potere tale da annientare Otello, incapace di comprenderle, il quale alla fine del dramma si mostra coerente alla tradizione “senechiana” della tragedia e come Bruto nel “Giulio Cesare” e Antonio in “Antonio e Cleopatra” si toglie la vita accorgendosi del proprio ingiustificabile errore.
Amor amara dat (L’amore dà amarezza) sentenziava Tito Maccio Plauto.
Otello con un viso mezzo bianco e mezzo nero interpretato da Danilo Nigrelli con forza e vigore, trasmette bene gli stati d’animo, i tormenti, i cambiamenti dell’uomo travolto dalla gelosia, dall’apparenza che distorce la realtà fino alla catastrofe.
Convince di meno Desdemona, Monica Piseddu, un po’ troppo algida e perbenina.
Una macchina teatrale ben costruita, organizzata senza superflui intellettualismi.
Rappresentazione curata, allestita con scene semplici ridotte a due mura di pietra che spostate e ruotate creano ambienti, luoghi, evocano città (Venezia), isole (Cipro).
Molto lino primi-novecento, dai colori coloniali: beige, crema, gialli appunto come la gelosia.
Con Danilo Nigrelli, Arturo Cirillo, Monica Piseddu, Sabrina Scuccimarra, Michelangelo Dalisi, Luciano Saltarelli, Salvatore Caruso, Rosario Giglio.
Giovedi 14 gennaio 2010
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