di Stefano Maria Palmitessa e Francesca BarrecaSOTTO IL SIPARIO NIENTE
Marco Baliani è un invito a nozze per chi ama la figura dell’attore solitario in scena, un po’ autore e un po’ interprete di se stesso. Il viso scolpito nel legno, la “serafino” rigorosamente nera come il resto dell’abbigliamento, la magrezza, l’incipiente calvizie (dettaglio di grande importanza per l’utilizzo che ne fa in scena).
Personaggio molto apprezzato tra gli eredi di Dario Fo; pirotecnici attori dedicatisi al racconto drammaturgico come, appunto, nella tragica storia del bifolco Kohlaas.
Campagnolo che l’ostinazione a far valere la “legge”, nel furto di due magnifici cavalli morelli di sua proprietà, condurrà dritto dritto al patibolo, lungo il sentiero “gelatinoso” della giustizia manovrata dalla nobiltà del suo tempo; dopo aver rifiutato orgogliosamente, in limine, una via d’uscita che ne avrebbe macchiato la coscienza.
Rodatissimo cavallo di battaglia di Baliani (la prima avvenne nientemeno che ventuno anni fa) questo testo, da Kleist, è recitato dall’attore seduto su una sedia per circa un’ora e mezza.
Lo spazio scenico è circoscritto esclusivamente al suo corpo.
Il corpo come luogo e spazio di espressione cui affidare la descrizione di tutti i significati racchiusi nel testo.
“Teatro di narrazione” lo definisce lui stesso nelle note che accompagnano il monologo ma il rigore e l’inquietudine che il pubblico prova nell’ascoltarlo fanno germinare sequenze d’immagini vive e pulsanti quanto una sequenza di cinema espressionista.
Una narrazione quindi che non rimane più racchiusa in una pagina ma invade il palcoscenico determinando l’evento spettacolare.
Tuttavia l’aspetto più straordinario della performance è il “come” il suo corpo de-soggettivato viene “vissuto” da Baliani che o battendo i piedi con ritmi ogni volta diversi sulle tavole del palcoscenico dell’India o colpendosi con le mani o semplicemente accarezzandosi il volto, supporta il racconto che va dispiegandosi davanti ai nostri occhi.
La noia è altrove.
Quando ci s’imbatta in questo genere di poesia il tempo assume un ruolo fondamentale.
Il tempo di applaudire calorosamente l’artista, quello di alzarsi con, nella mente, ancora le immagini della lanterna magica appena spenta.
Quello di riflettere sulla grandezza di questo linguaggio.
E su tutto questo predomina il silenzio umido della notte del gazometro.
Teatro India
Domenica 21 febbraio 2010
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