LA BANDA DELLE PETTEGOLEIn vari momenti si è avuta l’impressione di non essere in uno dei teatri più insigni della capitale bensì in un qualche periferico bugigattolo espugnato da una spietata ciurma di dilettanti.
Eppure la precedente apparizione pirandelliana della coppia Gullotta/Grossi, sulle medesime tavole, non aveva mancato di suscitare entusiasmi e apprezzamenti di critica e di audience.
Effetti collaterali del successo? Bah!
Una figura, sul genere dei carri carnevaleschi, con le sembianze della regina Elisabetta I^, enorme, polifunzionale, domina il palcoscenico.
Tra le sue gambe, divaricate, si agitano i personaggi partoriti e creati per volontà di Sua Maestà che, come si narra, commissionò al Bardo la commedia e la riesumazione di Sir John Falstaff e le cui gonne servono da siparietti alle diverse scene.
Poco regale e volgarotta.
La regia di Fabio Grossi tenta, senza esito, di alleggerire il clima con una ridda di pacchianerie gratuite, di luoghi comuni che suscitano risatine strozzate del pubblico senza mai raggiungere la cifra comica e quel che è più grave il significato della commedia shakespeariana.
Il pingue Sir John Falstaff, farfallone arrugginito, nonché bevitore e mangiatore senza ritegno né quattrini, decide di corteggiare due ricche donne sposate, la Signora Ford - Valentina Gristina - e la Signora Page - Rita Abela - inviando loro due lettere d’amore identiche.
Le due comari si organizzano per vendicarsi del grassone, invitandolo a incontri amorosi che si rivelano sempre disastrosi per l’uomo fino alla beffa dell’epilogo, nel bosco, dove tutte le vicende si dipanano.
Tre ore di spettacolo noiosette con un piacevole riscatto nella scena finale in cui tutti i personaggi, sotto forma di folletti, fate e spiritelli si prendono gioco di Falstaff che sveste i panni di smargiasso e sigilla la pièce.
Tuttavia il ruolo di protagonista ben si addice alle capacità artistiche di Leo Gullotta che riesce a colorare il lardoso cavaliere in tutte le sue particolarità, rendendolo vivacemente umano e simpatico.
Nutrita la compagnia di attori, eccessiva la caratterizzazione di alcuni personaggi appesantiti da superflui accenti dialettali e con una recitazione spesso monocorde e urlata.
La musica e il canto non irreprensibili presentano varie sbavature tra stonature e non ben mescolati playback.
La rappresentazione ha un favoloso punto di forza: la bellezza degli splendidi, costumi d’epoca.
Ma ciò non alleviava il disincanto.
Regia di Fabio Grossi con: Alessandro Baldinotti, Paolo Lorimer, Mirella Mazzeranghi, Fabio Pasquini, Rita Abela, Fabrizio Amicucci, Valentina Gristina, Cristina Capodicasa, Gerardo Fiorenzano, Gennaro Iaccarino, Federico Mancini, Giampiero Mannoni, Sante Paolacci, Sergio Petrella, Vincenzo Versari
Giovedì 6 gennaio 2011 - Teatro Eliseo Roma
LEO GULLOTTA ALL’ELISEO
LE ALLEGRE COMARI DI WINDSOR
di William Shakespeare
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sottoscrivo. VIsto ieri a Trento. noioso. volgarotti e banali gli accenti su corna, trombate e affini, declinate e sostanziate ogni 10 minuti per strappare la risata da avanspettacolo (e il latinorum osceno? William si ribalta nella tomba). QUesta regia va proprio bene per il pubblico del bagaglino. Peccato, il testo originale (attualizzato finché vogliamo ma non farcito d i stupide battute volgari (l'apoteosi con trombeur de femme...) sarebbe cosi divertente! Guepiere in luogo di jaretiere?
Costumi meravigliosi, scenografia viareggina allegorica, ingiarrettata e importante.
Ciao
Costumi meravigliosi, scenografia viareggina allegorica, ingiarrettata e importante.
Ciao






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