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Le nuvole, Aristofane al Teatro Argentina

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Teatro Argentina - LE NUVOLE di Aristofane - Regia di Antonio Latella

UN RACCONTO SENZA ILLUSTRAZIONI

di Stefano Maria Palmitessa e Francesca Barreca
Il lavoro di Antonio Latella è indefinito e sembra inevitabilmente andare oltre l’opera. Scheletri sospesi, costellazioni di ossa dal forte impatto scenico, in atteggiamenti diversi, a rappresentare l’umanità o ciò che ne rimane. 

Nuvole parlanti. Questa la cosa che colpisce di più della messa in scena de “Le Nuvole” di Aristofane (c.448-c. 380 a.C.); autore cui appartengono tutte le commedie esistenti che risalgono al quinto secolo.

Avrebbe scritto circa quaranta opere ma solo undici ne sono sopravvissute.

Tratto distintivo della commedia aristofanesca è il riferimento diretto a fatti che investono la vita sociale, le guerre, i processi ad Atene.

Ma l’originale è solo uno spunto in cui infilare un miscuglio di cabaret, di teatro nel teatro, di provocazioni futuristiche stantie e concessioni verbali grevi che risultano alquanto anacronistiche e spropositate.

Solo quattro attori in scena, vestiti di nero esistenzialista, che interagiscono, arringano, sollecitano il pubblico, parte integrante dello spettacolo, con scarponi da pagliaccio e maschere; pupazzi (ben fatti) fanno incursioni in platea e illuminano con fasci di luce i palchi.

Si muovono su un palcoscenico semispoglio, dove spicca un teatrino lillipuziano: “Il pensatoio”, dove Socrate e i suoi discepoli si dedicano a ricerche strampalate assistiti dalle Nuvole (i nuovi dei) cui si rivolge Strepsiade per evitare di pagare i debiti contratti dal figlio Fidipidde ma con scarsi risultati, mentre il figlio diventa un ottimo allievo.

Lo scontro tra i meriti dell’antica e della nuova educazione (il Discorso Migliore e il Discorso Peggiore) non cela evidenti, scontati riferimenti politici.

Appare stucchevole e fuori tempo la trovata dell’attore canterino in tutù e piume di struzzo e le citazioni da Kubrick degli "uomini scimmia" con fascia da sindaco.

Come chicca il finale moralisteggiante: “Povera Patria” di Battiato guaìta con tanto di mossette alla Masciarelli. 

Insomma una post-avanguardia con dentro un po’ di tutto con quel troppo che lascia ben poco.

Con Marco Cacciola, Annibale Pavone, Maurizio Rippa, Massimiliano Speziani

Giovedì 21 gennaio 2010



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