di Stefano Maria Palmitessa e Francesca BarrecaCHE BARBA CHE NOIA
Oh Lavia, Lavia, perché continui Lavia, ancora e di nuovo con la Guerritore.
Due ore di spettacolo dal tono gridato e monocorde, in cui alla drammatica struttura caratteristica delle opere di Strindberg (1848 – 1912), con la quale lui stesso diceva di voler imitare la forma sconnessa ma apparentemente logica del sogno in cui tutto può avvenire, sono sostituite comiche macchiette.
Sprazzi d’intensità interpretativa e accorata solo sul finale, dove ai due personaggi finalmente è dato il giusto spessore interiore e drammatico.
Troppo tardi però.
In una scena post-atomica, così cara a Lavia, di devastazione di mobili, finestre, oggetti sommersi dalla sabbia, quasi come se il paesaggio marino avesse ormai cominciato a erodere dall’esterno l’home, si è insabbiata anche la vita dei due coniugi Edgar e Alice.
Naufragati i sogni di entrambi: la carriera militare di lui quella teatrale di lei, rimangono gli scontri spietati tra moglie e marito.
Isolati dal mondo, arroccati nella loro conflittualità, nell’impalpabile equilibrio tra l’odio e l’amore che non sopporta intrusioni, prende corpo il raffinato copione dell’autore o meglio, prenderebbe.
L’arrivo di un vecchio amico, Kurt, è l’occasione giusta per fare esplodere i contrasti ma nulla può porre fine alla danza che porta alla morte e che i due consapevolmente ballano fino allo sfinimento, in una lotta crudele, senza pause, viva quanto un testo contemporaneo.
In sottofondo il grido lamentoso dei gabbiani, troppo forte e ossessivo, e il fragore delle onde colorato da nostalgiche arie melodrammatiche.
La rappresentazione non riesce a elevarsi, a convincere e a coinvolgere, non cattura l’attenzione e il pubblico poco convinto risponde con tiepidi applausi.
Gabriele Lavia si crogiola in un’interpretazione dai toni grotteschi e beffardi senza cedimenti all’introspezione del carattere e del tessuto psicologico del personaggio.
Monica Guerritore, sicuramente un passo avanti al compagno almeno per l’emozione che fa germinare in alcuni passaggi chiave del testo, riesce solo in parte a dare anima al personaggio.
I drammi di Strindberg non sono mai stati largamente popolari per quella visione degli esseri tormentati e alienati per quei tormenti individuali che sono la sua cifra stilistica che motivo c’è, quindi, di ricorrere alla semplificazione/banalizzazione registica?
Solo quando il teatro è fatto con partecipazione per le sorti dei personaggi ideati, senza proporsi di reinventarli, si può restare ammirati dallo spettacolo.
Lavia al Teatro Argentina
DANZA DI MORTE di August Strindberg
Con Gabriele Lavia, Monica Guerritore, Mario Pietramala, Giulia Galiani
Giovedì 15 aprile 2010
Regia di Gabriele Lavia
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