Di misteri la nostra storia italiana ce ne ha regalati tanti: misteri che hanno causato reazioni violente, sospetti e caduta di governi, strumentalizzazioni, omicidi e querele.Almeno uno di questi può essere archiviato come “svelato” o, per meglio dire, ripercorso e forse in parte risolto: la più grande delle tangenti che l'Italia avrebbe pagato ai partiti, in realtà non fu mai corrisposta o per lo meno non come, in un clima di generale diffidenza, molti credettero.
Bisogna tornare al 1979: l'Italia attraversava uno dei momenti più critici della sua esistenza, Aldo Moro era stato ucciso e di lì a poco la strage di Bologna avrebbe messo in ginocchio il Paese, la rivoluzione iraniana aveva sconvolto il mercato facendo schizzare il prezzo del petrolio a 30 dollari al barile (di allora, si badi bene) e le pressioni sul nostro Governo perché concludesse buoni affari per procurare del greggio erano incessanti.
In quello scenario, la società petrolifera di Stato dell’Arabia saudita Petromin propose all'Eni un contratto in cui si impegnava a fornire all'Italia un mare di oro nero: 92,5 milioni di barili in tre anni al prezzo base di 18 dollari al barile.
L'accordo era conveniente, anche se prevedeva una cosiddetta “mediazione” di 116 milioni di lire (400 milioni di euro di oggi) da versare agli arabi tramite una società panamense. Il presidente del Consiglio Giulio Andreotti approvò la transazione e il suo successore Francesco Cossiga lo definì «Un meraviglioso contratto».
Subito esplose un maxiscandalo a causa di irregolarità formali e poca chiarezza, che infuocò il dibattito parlamentare e la stampa italiana ed estera, mandando a monte l'accordo e obbligando alle dimissioni il presidente dell'Eni Giorgio Mazzanti.
Le tesi sull'accaduto furono molte, anche perché qualcuno mise in giro documenti fabbricati ad arte per fare opera di disinformazione. Prevalse la convinzione che si trattasse di una operazione di finanziamento illecito dei partiti all'ombra della P2 di Licio Gelli. nelle cui liste comparirà in seguito il nome di Mazzanti, così come quello del suo principale avversario all’interno dell’Eni, Leonardo Di Donna. In realtà a distanza di trent'anni una cosa sembra essere appurata: non ci sono prove di un rientro di quei soldi in Italia, così come sentenziarono i magistrati e la Commissione Inquirente del Parlamento dopo anni di indagini. Semmai, è probabile che il contratto sia stato boicottato dai servizi segreti di qualche potenza straniera per impedire che i sauditi finanziassero i palestinesi dell’Olp, d’accordo con gli italiani che volevano evitare la saldatura tra palestinesi e Brigate Rosse.
Chi scrive è il giornalista professionista Donato Speroni, che fu molto vicino a tutta la vicenda, essendo a quel tempo il responsabile delle relazioni esterne dell'Eni e quindi uomo a stretto contatto con le politiche e dinamiche che hanno mosso il Paese.
«Sono oggettivo nella mia ricostruzione?- scrive Speroni nell'introduzione – Ho cercato di esserlo. […] Ho cercato […] di lavorare su elementi accertati, testimonianze e documenti, utilizzando i ferri di cronista della politica e dell'economia che ho esercitato per quarant'anni. Ho isolato (in corsivo) le mie testimonianze personali in fondo a ciascun capitolo, proprio per non inquinare l'obiettività del racconto, ma semmai per corredarlo con alcuni fatti in più».
In appendice al testo, una lunga intervista inedita a Francesco Cossiga, che con lucidità dà la sua interpretazione della presunta tangente e offre ulteriori chiavi interpretative.
Sul sito www.intrigosaudita.it è possibile inoltre visualizzare alcune sezioni del testo e accedere a parte dei documenti originali, consentendo a tutti di formarsi un'idea propria.
Elis Helena Viettone
Donato Speroni
“L'intrigo saudita. La strana storia della maxitangente Eni-Petromin”
454 pag. Cooper editore, Roma 2009
http://intrigosaudita.wordpress.com/
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