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Una separazione…d’oro! Asghar Farhadi

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Una separazione…d’oro! Asghar FarhadiVincitore dell’Orso d’Oro al Festival di Berlino di quest’anno, Una separazione del regista Asghar Farhadi ci permette di avere uno sguardo a 360 gradi sull’Iran di oggi.

Il meccanismo narrativo escogitato dal regista, infatti, non si limita ad usare la metafora per parlare del proprio paese senza incorrere nella censura (come fanno i suoi illustri colleghi Abbas Kiarostami, Mohsen Makhmalbaf o Jafar Panahi) ma riesce a comprendere nella medesima metafora tutte le categorie sociali, umane necessarie per tale disamina.

Non, dunque, un semplice esercizio di analisi ma anche un incastro di generi (giallo, romanzo di formazione, commedia) che donano al film un sapore inconsueto da piéce cecoviana, dove il dramma e la farsa, così come il dolore e il grottesco, convivono magnificamente insieme. Al sapore teatrale concorre lo svolgimento, quasi integralmente in interni, per quanto l’uso frenetico della macchina da presa aiuti a restare con il fiato sospeso.

La storia è quella speculare di due famiglie, una borghese e l’altra povera. Nader e la moglie Simin, impiegato di banca lui insegnante lei, sono sull’orlo della separazione per la volontà della donna di trasferirsi all’estero. I motivi non sono spiegati. Il marito, però non vuole e non può partire in quanto deve badare all’anziano padre malato di Alzheimer. Simin non vuole espatriare senza la figlia adolescente Termeh, la quale rimane dal padre con la segreta speranza di costringere la madre a riconciliarsi con lui. Nel frattempo Simin, in attesa della separazione ufficiale, si trasferisce dai genitori.

Nader è costretto a cercarsi una badante per l’anziano genitore. Appare in scena Razieh con la piccola figlia Somayeh. Questa è una donna disperata: il marito è stato licenziato, proviene dagli strati più bassi della società, è molto religiosa, accetta il lavoro di nascosto. Il dramma scoppia quando Razieh lascia in casa da solo l’anziano, scoppia una lite con Nader, la donna cade per le scale. Conseguentemente tutti finiscono davanti al giudice con accuse reciproche di omicidio e lesioni.

Lo svolgimento della trama è simmetrico: ad una azione di Nader e Simin corrisponde una azione uguale o opposta di Razieh e del marito, Hodjat. Davanti al giudice tutti mentono, convinti che “per la legge una cosa è o non è”. Lo spazio e il tempo di mezzo non sono contemplati, nonostante lo sguardo dei figli chieda agli adulti dove sia la verità. Mariti e mogli rivendicano i loro differenti punti di vista: la frattura non è solo tra classi sociali e tra queste e il potere ma anche tra uomo e donna. Una ottusa burocrazia cerca di regolare questi conflitti esplosivi, invano.

L’integralismo della difesa dell’onore ha la meglio sulla pietà e la comprensione. Le vittime, i figli Termeh, Somayeh (il futuro) e l’anziano padre (forse memoria perduta della Persia di un tempo felice), dovranno scegliere in quale Iran vogliono vivere.


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