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Tahrir, Piazza della libertà - il Cairo, Egitto

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Piazza della libertà - il Cairo, EgittoHa preso il via giovedì scorso, in collaborazione con il SalinaDocFest, una mini rassegna a Villa Medici dedicata alla Primavera araba (giovedì 10 e 17 gli altri appuntamenti, ore 20,30) .

Presentato, in anteprima, il documentario di Stefano Savona, Tahrir, sull’appassionante occupazione pacifica di piazza della Libertà al Cairo. I film, tutti sottotitolati in italiano, con ingresso a 5 euro (ridotto 4 euro), sono diretta testimonianza delle sollevazioni popolari che hanno riguardato la Tunisia e l’Egitto nella prima parte di quest’anno.

Stefano Savona, già autore di Piombo fuso (2009) sull’uso sconsiderato di armi proibite da parte d’Israele nella guerra di Gaza e mai uscito in Italia, ci porta direttamente dentro la rivoluzione pacifica egiziana. Girato in solitario dal regista, il film è una straordinaria testimonianza dell’energia e dell’entusiasmo che hanno portato alle dimissioni del satrapo Mubarak.

“Pedinando” tre ragazzi, Elsayed, Noha e Ahmed, all’indomani del 25 gennaio, giorno del tentativo violento da parte del regime di svuotare piazza Tahrir, il regista ci mostra la resistenza degli occupanti che si difendono con tutti i mezzi; la solidarietà di tutti nel portare viveri; la felicità di stare insieme e di rivendicare la propria esistenza; l’ironia della cultura egiziana che si esprime attraverso interminabili canzoni, balli e cantastorie; la ricchezza del dialogo reciproco senza protagonismi.

Il racconto di Savona è tanto più articolato quanto può sembrare improvvisato e approssimativo. L’urgenza della realtà preme ai bordi dell’inquadratura e il film sembra girato con un telefonino, a sottolineare la precarietà dei mezzi. Ma ciò non deve indurre a credere che la rivoluzione sia stata virtuale, tutta giocata sui social network e sulle tecnologie moderne, come si tende a dire qui nel ricco occidente.

Nella testimonianza di Savona, gli attori in campo usano sì i potenti mezzi contemporanei ma quando c’è da menare si mena, quando c’è da confrontarsi si parla uno di fronte all’altro. Ogni tanto si scatta anche qualche foto, per ricordo, ma l’importante è il qui e ora.

A sottolineare questa rinnovata fame di verità il dato del rapporto nato e sviluppato tra il regista e i ragazzi a piazza Tahrir; il loro contributo in sede di primo montaggio come a potenziare ancora di più l’irruzione del reale, forse a scapito di una correttezza estetica, ma autenticamente spontanea nel cercare di rispondere a una domanda ineludibile di giustizia e democrazia. Che viene da lontano: un vecchio, in mezzo alla piazza affollata, regge un poster di Che Guevara. Non tutto è perduto.


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