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Miracolo a Le Havre: meno male che Aki c’è!

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Miracolo a Le Havre: meno male che Aki c’è!Sono ormai trent’anni che Aki Kaurismäki ci delizia, ci commuove, ci fa sbellicare dalle risate con il suo cinema quasi immobile, povero di nevrosi da movimenti di macchina, antico, ma che ancora sa pescare nella nostra anima i sentimenti più puri.

Eppure ad ogni uscita di un suo film si grida al miracolo: apparentemente tutti uguali, le sue opere posseggono la capacità di essere essenziali, caratteristica sempre più rara e senza prezzo. La sua varia umanità, tutta anonima, spesso marginale e povera ma con un senso dell’ironia ricchissimo ci riporta sempre alla poesia della realtà senza la quale è difficile vivere, anche con gli effetti speciali.

L’ultima fatica di Aki, presentato al Festival di Cannes 2011, è Miracolo a Le Havre e come al solito non ha vinto alcun premio. Al contrario la Palma d’oro è stata assegnata all’opera di Terence Malick, Tree of life, un film agli antipodi. Nella fatica di Malick si sentono i milioni di dollari spesi in effetti speciali e interpretazioni roboanti per affermare l’esistenza di Dio, in quella di Kaurismaki la semplicità del dispositivo cinematografico suggerisce agli uomini come trovare, a volte, una giustizia in terra.

L’idea di realtà perfetta del regista finlandese è quasi sempre raffigurata dalla riproposizione maniacale di un decor anni ’60, gli anni d’oro di Aki, dove tutti bevono e fumano e l’esistenza è accompagnata da un certo stupore. A Le Havre veniamo introdotti all’interno delle vite di Marcel Marx (!) e di sua moglie Arletty (una lunare Kati Outinen). Lui, con un passato da bohémien, fa il lustrascarpe, lei l’aspetta a casa. Intorno ruota un circo di varia umanità: il fruttivendolo, la panettiera, gli amici del bar, il collega lustrascarpe vietnamita con passaporto cinese, una decrepita rockstar. Un giorno Marcel viene a contatto con Idrissa, bambino africano in fuga dalla polizia capitanata dal comandante Monet. Egli vuole andare in Inghilterra dove risiede la mamma, clandestina. Lo svolgimento del film segue le peripezie di Marcel, impegnato a trovare i soldi per pagare il passaggio in barca ad Idrissa, e l’angoscia per la sorte di Arletty ricoverata in ospedale e apparentemente senza speranze.

La genialità di Kaurismäki risiede nel creare un’opera semplice ma ricca di suggestioni cinematografiche e ironie sparse. Dal nome di Marcel Marx all’attore che lo interpreta André Wilms già in Vita da bohéme, film del ’92 del regista finlandese; ad Arletty, mitica attrice interprete di Amanti perduti di Marcel Carné; al comandante Monet, moderno ispettore Clouseau; al mestiere di Marcel come in Sciuscià capolavoro del neorealismo; ai rimandi evidenti al Monello di Chaplin fino alla versione leggera di Welcome di Philippe Lloret; alla presenza di Jean-Pierre Léaud attore feticcio in I 400 colpi di Truffaut già bambino in fuga dal mondo degli adulti e qui sorprendente delatore di clandestini, l’unico con in mano un oggetto moderno (il telefonino).

Per Kaurismäki la vita è un sogno come il cinema e tutti hanno il diritto di abitarla. Il nostro riscatto però non può passare attraverso la persecuzione di quelli più deboli di noi ma attraverso la riscoperta di valori oggi desueti: la solidarietà, l’amore per la propria donna, l’amicizia maschile, il riconoscimento del nostro lato grottesco, l’orgoglio di essere classe lavoratrice, il rifiuto di qualsiasi fascismo.
Il cast, ma sarebbe meglio chiamarla famiglia, è tutto ottimo.


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