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Le nevi del Kilimangiaro, La classe operaia non va più in paradiso

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Le nevi del Kilimangiaro, la classe operaia non va più in paradisoPresentato all’ultimo Festival di Cannes, è sui nostri schermi l’ultimo film del regista francese Robert Guédiguian, Le nevi del Kilimangiaro. Interpretato come di consueto dai suoi attori feticcio a cominciare dalla compagna, una strepitosa Ariane Ascaride, dal dubbioso Jean-Pierre Daroussin e da Gérard Meylan, il film è un ritratto impietoso e malinconico sullo stato della classe operaia nell’era degli spread e delle ‘ristrutturazioni aziendali’, del ruolo sempre più obsoleto e vagamente complice dei sindacati, della disperazione come cifra permanente dei giovani che si affacciano adesso nel mondo del lavoro, della guerra intergenerazionale che rischia di deflagrare tra chi i diritti se li è sudati durante tutta una vita di lavoro e chi quel lavoro non lo vedrà nemmeno nei fumetti.

Sullo sfondo, oltre alla consueta calda Marsiglia, il tema della memoria non più come terreno condiviso da giovani e vecchi nella consapevolezza di diritti e doveri conquistati con anni di lotte da chi ci ha preceduto, ma una realtà frammentata dove il lavoratore-consumatore rimane solo a combattere con i propri problemi senza la solidarietà, anche di classe, necessaria per ridimensionare lo strapotere finanziario del nuovo capitalismo.

Michel (Daroussin), sindacalista in una società portuale, viene licenziato insieme ad altri diciannove lavoratori. Egli, ad un passo dalla pensione, appartiene alla vecchia guardia operaia e condivide insieme alla moglie Marie-Claire (Ascaride) una bella famiglia ed un passato di militanza a sinistra. In seguito ad una rapina a casa sua, Michel scopre che ad organizzare il furto è stato un ragazzo licenziato insieme a lui. Lo denuncia e Christophe (Grégoire Leprince-Ringuet) viene arrestato.

Sconvolto dall’accaduto Michel viene a sapere che il rapinatore vive insieme a due fratellini di cui si prende cura, nella totale indifferenza della madre. Egli fatica a pagare l’affitto e s’arrangia come può nella mancanza assoluta di una prospettiva futura. Al contempo anche Marie-Claire, abituata a prendere di petto le situazioni, s’interessa ai due fratellini abbandonati, sicuramente destinati ad essere affidati ai servizi sociali ora che Christophe non si può più prendere cura di loro. In un confronto continuo, anche aspro, tra Michel e il suo amico sindacalista Raoul (Meylan) lo spettatore viene posto di fronte al dramma odierno: è ancora possibile tenere in vita principi politici ed etici che rischiano di venire spazzati via dalla violenza di una guerra tra poveri? È giusto mettere in discussione l’idea di giustizia individuale (la rapina subita) a favore di una giustizia collettiva (il destino di Christophe e quelli come lui)? E’ onorevole difendere i pur esigui privilegi conquistati con il proprio lavoro quando intorno s’intravedono le macerie?

Al solito la risposta di Guédiguian viene affidata alla figura femminile, naturalmente predisposta all’azione e alla solidarietà. Intorno a Marie-Claire e Michel anche gli amici e i riottosi figli impareranno la generosità.
Continua la ricostruzione e la rappresentazione del regista francese di un mondo operaio sempre più destinato a scomparire, vittima delle logiche devastanti della finanza globale. In una Marsiglia inondata dal sole, con i suoi colori pastello che inebriano le relazioni di una umanità ancora viva e vitale, Guédiguian mostra le cose come sono (non a caso l’unica sequenza scura, notturna, acida è quella della rapina): e pure la solidarietà è una di esse.

Per il cast, ma sarebbe meglio dire la ‘famiglia’ di Guédiguian, recitare è vivere.


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